INDIRIZZO

via di Santa Dorotea 23

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© 2017 Parrocchia di Santa Dorotea

LA STORIA

STORIA DELLA CHIESA

Un'antica memoria richiama, qui, una cappella costruita con elemosine di papa Silvestro (314-335), conosciuta, nel secolo VIII, con dedica al SS. Salvatore. Una chiesa, denominata di S. Silvestro a Porta Settimiana, è ricordata in una bolla del 1123 di Callisto II (1119-24) e nel “Liber Censuum” del 1192. Il nome deriva dalla vicina Porta Settimiana, un semplice arco delle Terme di Settimio Severo (146-211), inglobata, nel 271, nelle mura aureliane, e ristrutturata da Alessandro VI Borgia nel 1498. Resti di tali costruzioni si osservano ancora sotto il pavimento dell'attuale abside.
Sotto papa Sisto IV (1471-84) l'impianto fu ristrutturato dalle fondamenta in preparazione all'Anno Santo del 1500, quando vi furono traslate le reliquie di Santa Dorotea, giovane martire decapitata a Cesarea di Cappadocia (Turchia) sotto la persecuzione di Diocleziano (284-305). Le reliquie della Santa sono conservate nell'urna sotto l'altare maggiore. L'attuale chiesa si deve a una radicale ristrutturazione eseguita, tra il 1750 e il 1756, dal celebre compilatore della pianta di Roma settecentesca Giovanni Battista Nolli, che moriva proprio dopo aver ultimato questa chiesa, comunemente dedicata ai SS. Silvestro e Dorotea.

 

ESTERNO – FACCIATA

Via di Santa Dorotea è un antico tracciato romano: qui il prospetto concavo della chiesa permette lo spazio di una minuscola piazzetta, che valorizza la facciata settecentesca, sostenuta da quattro paraste giganti, sormontate da un piccolo attico a due finestre e timpanomolto ribassato; sulla porta d'ingresso l'intitolazione della chiesa e, sul lato destro, la lapide che ricorda la presenza di S. Giuseppe Calasanzio. L'abside, meglio visibile da Via Garibaldi, è sormontata da un terrazzo, poggiato su grossi pilastri quadrati, e appartiene a una fase anteriore della costruzione (sec. XV-XVII). Secondo alcuni storici la denominazione S. Dorotea era in uso già dal 1445, ma un vero incremento cultuale si ebbe in coincidenza dell'anno santo 1500, ad opera del rettore Giuliano De Datis. Qui, nel 1513, il notaiogenovese Ettore Vemazza fondò la Compagnia del Divino Amore alla quale si aggregò Giovanni Maria Giberti, il card. Gaspare Contarini, l'umanista Giacomo Sadoleto, S. Gaetano Thiene e Pietro Carafa (Paolo IV), con lo scopo di solidificare la Riforma Cattolica, conclusasi con il Concilio di Trento. La Compagnia fu dispersa in seguito al Sacco di Roma (1527). In questa chiesa S. Gaetano di Thiene, con Pietro Carafa, maturò la fondazione dei Teatini; e più tardi, nel 1597, San Giuseppe Calasanzio apriva la prima scuola popolare gratuita d'Europa, avviando la fondazione degli Scolopi, riconosciuta da Paolo V nel 1617. Nel 1727 chiesa e adiacenze furono acquistate dai Frati Minori Conventuali della Provincia Romana; nel 1750, demolita la vecchia chiesa, per iniziativa di P. Giovanni Antonio Bacchi (1756) fu posta la prima pietra della nuova (1751), terminata nel 1756 dal Padre Giovanni Carlo Vipera, con l'attiguo convento nel vicino Palazzo Gualtieri, acquistato nel 1734. Dopo le traversie della Repubblica Romana, chiesa e convento ritornarono ai Francescani Conventuali (1800-18); nel 1824 vi fu eretta definitivamente la parrocchia, affidata da Pio X alla Curia Generalizia e da Giovanni XXIII (1960) alla Provincia Romana.

 

INTERNO – LATO DESTRO

La chiesa è stata consacrata nel 1879. L’interno si presenta ad una sola navata con sei altari laterali e un'abside profonda, con volta e lucernaio di pianta ottagonale con dipinti di Gaetano Bocchetti, terminati nel 1931, raffiguranti episodi della vita di s. Dorotea e di altri santi francescani tra i quali il Beato Andrea Conti (1302) e il Beato Bonaventura da Potenza (1711).

Apparizione di s. Gaetano da Thiene a s. Giuseppe Calasanzio

olio su tela di Giovacchino Martorana (Palermo 1724-1779)

s. Antonio da Padova

olio su tela di Lorenzo Gramiccia (Roma 1702-1775)

Immacolata Concezione

olio su tela di Giorgio Gaspare von Prenner (Vienna 1720-1766)

 

INTERNO – LATO SINISTRO

Il "fonte battesimale", in marmo e rame baccellato, è del secolo XVIII, mentre i confessionali in noce del secolo XIX. Sul pavimento lo "stemma francescano" fu inciso nel 1879, in occasione della consacrazione della chiesa.

s. Giuseppe da Copertino

olio su tela di Vincenzo Meucci (Firenze 1699-1766 c.)

Estasi musicali di s. Francesco

olio su tela di Liborio Mormorelli (seconda metà del secolo XVIII)

Crocifisso con i SS. Rosalia, Margherita da Cortona, Bonaventura e Nicola

olio su tela di Michele Meucci (seconda metà secolo XVII)

 

ALTARE MAGGIORE – ABSIDE

L'altare policromo raccoglie l'urna marmorea con "i resti di santa Dorotea"(urna sec. XIX), ed è adornato da candelieri di bronzo(1834), dalla croce (II metà XIX sec.); l'abside ribassata ricorda la costruzione del secolo XV-XVII. La pala che raffigura i "SS. Silvestro e Dorotea che venerano la Vergine Maria", è di Michele Bucci (sec. XVII); il quadretto della "Madonna del Divino Amore" è di ignoto romano (fine XV ed inizio XVI secolo). Il "medaglione funerario", a destra, fu realizzato nel secolo XVI, su commissione di Giuliano De Datis, a ricordo della traslazione dei resti della martire Dorotea. Il nuovo affresco che ripresenta il martirio della giovane santa è del Maestro Gino Terreni, di Empoli. Alla destra dell'altare si trova il "cippo romano", commissionato da Giuliano De Datis, al quale si devono anche le iscrizioni commemorative della traslazione della santa, in lettere capitali sul cippo stesso. Sopra di esso è stato sistemato un "Crocifisso del XII secolo".

 

SACRESTIA

Spazio raccolto e silenzioso, dominato dalla "Visione di S. Giovanni Evangelista" (II metà XVIII secolo) di ignoto pittore romano, e fasciatoda stipiti di legno degli anni trenta del XX secolo; il lavello è della seconda metà del secolo XIX.

La Chiesa è stata frequentata:

  • dai Santi: Gaetano da Thiene, Giuseppe Calasanzio, Maddalena Sofra Barat (1865), Paola Frassinetti (1882), Massimiliano Kolbe (1941);

  • dalla Beata: Giuseppina Vannini (1911);

  • dai Servi di Dio: Luigi Tezza (1923) e Quirico Pignalberi (1982).

 

GIOVANNI BATTISTA NOLLI

Giovanni Battista Nolli, maestro del giovane Piranesi, fu forse il più grande cartografo europeo del Settecento. Autore della "Nuova Pianta di Roma", pubblicata nel 1748, prima pianta di Roma misurata e rappresentata con quell'esattezza scientifica che sarà il carattere distintivo della cartografia moderna. Quando nel 1738 la chiesa di Santa Dorotea fu affidata ai padri Minori conventuali della diocesi di Roma, questi decisero di costruire un convento più grande, ristrutturando la chiesa. Fu così che i lavori di riedificazione furono affidati nel 1750 all'architetto Giovan Battista Nolli, ma vennero completati da Giovanni Carlo Vipera. Chiesa e convento furono indemaniati durante l'occupazione napoleonica nel 1811 e restituiti ai frati nel 1849; dopo il 1870 il convento fu indemaniato dallo Stato italiano e ai frati furono assegnati alcuni locali. L'interno, a navata unica, ha nella volta affreschi raffiguranti "Storie di Santa Dorotea e dei santi francescani", opera di Gaetano Bocchetti. Era una di quelle chiese alla porta delle quali, fino al 1870, venivano affissi gli elenchi dei non adempienti al precetto pasquale, secondo l'uso del tempo.

SANTA DOROTEA

Santa Dorotèa, vergine e martire
(† Cesarea di Cappadocia 310 d.C. circa)
 

Secondo una Passio leggendaria, fu arrestata durante la persecuzione di Diocleziano, torturata e condannata alla decapitazione. Mentre veniva portata al luogo del supplizio incontrò un giovane di nome Teofilo che, schernendola, le domandò dei fiori e dei frutti del suo sposo celeste. Dorotea glieli promise e infatti un fanciullo portò un cesto di fiori e di frutti a Teofilo, che si convertì. Per questo grazioso episodio Santa Dorotea, fin dal Medioevo, è venerata come speciale "patrona dei fiorai e dei fruttivendoli".

Le reliquie di Santa Dorotea arrivano in Europa agli inizi del secondo millennio della Storia Cristiana, tanto che autorevoli scrittori del secolo XIII possono richiamarne il culto ormai diffuso in Germania, Francia, Portogallo ed in altre quindici località italiane; a Roma Trastevere, in particolare, richiamano reliquie e culto di Santa Dorotea le chiese di Santa Maria, di San Pietro in Montorio, dei SS Quattro, l'antica chiesa di San Silvestro. Il tutto, però, già con l'Anno Santo del 1500, si riannoda attorno alla chiesa di San Silvestro, dove il Rettore Giuliano De Datis ne cura la traslazione, componendo i resti sopra un cippo funerario, di epoca romana, ancora conservato nella Sacrestia della Chiesa che, dal secoldo XVI viene parimenti titolata ai SS Silvestro e Dorotea.

Molto venerata in Germania, le sue immagini sono frequenti nell'arte tedesca dei secoli XV e XVI: vi sono varie sculture nel Museo di Berlino, in quello di Friburgo (Germania) e nella Marienkirche di Wùrzburg; dipinti e tavole di scuola sveva del secolo XV a Karlsruhe e la tavola di Holbein il Vecchio nel Museo di Augusta, ove è raffigurato il martirio della Santa.

In Italia abbiamo un celebre polittico di Ambrogio Lorenzetti a Siena e una tavola del secolo XIV nel Museo di Pisa. Bernardino Luini la raffigura con la palma del martirio e un libro nlla chiesa di S. Maurizio a Milano; Carlo Dolci ne raffigurò il martirio in un dipinto oggi a Darmstadt (Germania).

Santa Dorotea si festeggia il 6 febbraio

SANT'ANTONIO

È uno dei Santi più amati e venerati della cristianità. La Basilica di Padova, dove si trovano le sue spoglie mortali, è meta ogni anno di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa. È patrono di poveri e affamati. Il suo emblema è il giglio bianco con il quale viene raffigurato. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano, che ha dipinto il ciclo dei Miracoli di sant'Antonio da Padova nella Scuola del Santo a Padova, e Donatello. Antonio fu canonizzato l'anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX.
La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua del Santo incorrotta, ed è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città veneta di cui è patrono. Sant'Antonio è anche patrono del Portogallo, del Brasile, della Custodia di Terra Santa e di numerose città in Italia, Spagna e Stati Uniti.

Le origini e l'ingresso nell'ordine agostiniano
Fernando di Buglione nasce a Lisbona il 15 agosto 1195 da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione. A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all'Ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all'ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, a 24 anni. Quando sembrava dover percorrere la carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l'ordine dei Canonici Regolari di Sant'Agostino perché mal sopportava i maneggi politici tra i canonici regolari agostiniani e re Alfonso II, anelando ad una vita religiosamente più severa.  

La scelta dei francescani e la missione in Marocco
Il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell'abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi. Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce.  

L'incontro con san Francesco
A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Il ministro provinciale dell'ordine per l'Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili.

Predicatore contro le eresie
Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito di preghiera. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest'ultima data pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell'Italia settentrionale.

Fautore della “riforma” per i debitori insolventi
Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali.
A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico.

Predicatore papale e le visioni mistiche
Convinto assertore del dogma dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito "arca del Testamento". Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231. Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.

La morte e la disputa delle spoglie
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto. Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a Mater Domini. Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni.

I miracoli operati da vivo
Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio.